Pensieri in libertà al tempo del #coronavirus

Emergenza coronavirus, non vorrei suscitare un vespaio, tuttavia una cosa ho capito di tutta questa storia. A rimetterci sono quasi esclusivamente anziani, anziani malati, malati. Cioè gli individui più deboli della nostra società. Sento parlare di "libertà", ma in termini che non mi piacciono.

 

Ascolto persone che vogliono la loro "libertà", anteponendola alla salute pubblica. Come se la libertà potesse prescindere da quest'ultima; come se la loro libertà, concetto evidentemente distorto dalle loro menti, potesse prevalere su tutto in questo momento di "costrizione". Vale a dire l'ennesima riprova dell'individualismo, del personalismo, che queste persone scambiano in maniera incosciente col concetto di libertà, che gli stessi avi Latini ci avevano confezionato in maniera così cristallina facendolo fermare sulla soglia del "neminem laedere", non far male a nessuno. Qui si ferma la nostra libertà.

 

In questa fase, in questo momento, i dati e le autorità ci dicono che dobbiamo ancora stare a casa. Bisogna sentirli, bisogna seguirli. C'è la possibilità, come è successo altrove, di ritorni di fiamma, e questa sarebbe una nuova tragedia sulla tragedia. Il senso civico, cosa della quale noi Italiani siamo quasi del tutto sprovvisti, non ci consiglia, ci impone di seguire le regole.

 

Posso sbagliare, ma chi non rispetta queste prescrizioni, in nome della propria supposta libertà, si rende coautore di un immenso esperimento di eugenetica, favorendo l'eliminazione dalla società degli anziani, degli anziani malati, dei malati.

 

Dei più deboli. La libertà è uno dei massimi prodotti dell'etica, ma cosa resta della libertà senza etica? Senza l'etica di dire (e di fare) qualcosa per i "deboli"? Non è più tale, assume un altro nome, con un corrispondente significato: "indifferenza", una delle massime proiezioni del male su questo infinitesimale granulo di sabbia nell'universo.

 

Stefano Faraoni

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