Hammamet: accadde in Tunisia

In fondo Hammamet non è un pezzo di storia, è solo una modalità. E un'utilità. Un buon film che ha un suo ben preciso scopo: stappare quel tappo a pressione che finora ha impedito sistematicamente l'inizio del processo di storicizzazione della vicenda Bettino Craxi e, più in generale, degli ultimi decenni del PSI.

 

L'identificazione totale (specialmente nei giovani, ma non solo) fra Bettino Craxi e tangentopoli, fra PSI e tangenti, è stata proposta e riproposta ossessivamente fino a castrare, a smorzare sul nascere qualsiasi tentativo un po' più anodino di riflessione, di discussione vera e aperta. In modo superficiale, strumentale e, a volte, diciamocelo, vigliacco. Tutto questo non è democrazia, teniamolo bene a mente.

 

Il film "Hammamet" è invece uno spunto di riflessione che non ha pretese storiche, e nemmeno encomiastiche: è un grimaldello usato sapientemente per meglio definire limiti e virtù di una politica, quella del riformismo socialista, che trova una sua collocazione storica e sociale ben definita verso la fine del secolo scorso.

 

E se proprio dobbiamo trovare un messaggio all'interno dell'opera, nemmeno troppo sotteso e subliminale, abbiamo provato a identificarlo con un paio di parole, forse tre: quella era politica. Esattamente il contrario della faciloneria, del rivoluzionismo parolaio e inconcludente di quel coacervo anonimo di incomprensibili che tanta parte del Parlamento occupa in maniera più o meno abusiva, culturalmente e politicamente parlando.

 

"Hammamet" non è la storia di un uomo; è la storia di un'agonia, profonda e "sorda" come lo sono le vere agonie. Per questo non poteva non essere un film corposamente lento, denso, fatto di messaggi espliciti e soprattutto ammiccati, come si conveniva ad un leader di intelligenza sopraffina.

 

C'è chi ha apprezzato il film, chi non lo ha apprezzato: a noi resta un campanello di allarme, l'idea che insieme alla fine della prima Repubblica, socialismo compreso, sia in realtà finita, per un assurdo storico e antistorico insieme, anche la politica. Alla fine delle tangenti, fine che non c'è mai stata, si è affacciata con evidenza e tristezza la fine della politica. Giudici e partiti e giornalisti d'assalto, purtroppo ancora così tristemente presenti, preconizzavano la fine della corruzione e l'inizio della politica.

 

È successo esattamente il contrario: la corruzione è restata intatta, se non ulteriormente incrementata, ed è finita la politica, sostituita dall'improvvisazione e dalla superficialità, nel metodo e nella sostanza. Dovevano finire le ideologie, e invece la necrosi della società viene ogni giorno ribadita dall'elevazione dell'analfabetismo a sistema. Se sei un analfabeta, funzionale o meno, sei un virtuoso.

 

Ecco perché "Hammamet", nel suo dichiaratamente essere apolitico, in realtà è il film politico per eccellenza. Perché apre una strada, una via, alla riflessione e al confronto: i costituenti di base della politica. La verità, finora in mano al giustizialismo più becero e all'ignoranza, stanno forse per essere scalfiti di nuovo dal metodo democratico.

 

Pierfrancesco Favino, nell'interpretare l'agonia di Craxi, è stato sommo. Ci ha ricordato la puntigliosità e il rigore interpretativo di un De Niro. È auspicabile che venga riconosciuto a quest'attore il ruolo che merita nel panorama nazionale e internazionale. Il resto comincia ad avere il sapore buono della storia, come quello di un pane freddo e duro che, messo al forno, torna ad essere mangiabile, e forse con un sapore diverso.

 

La storia ha atteso troppo per poter parlare di se stessa negli ultimi decenni. Si sta liberando finalmente dalle briglie della sciatteria, per riappropriarsi del proprio ruolo dialettico. Il resto è ignoranza pura.

 

Stefano Faraoni

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