Gli Indaco Project all'Auditorium, un miscuglio di suoni e di colori

Indaco Project all'Auditorium il 28 di dicembre 2019: il gruppo che scandisce alla perfezione un'idea di cultura, e di musica, al passo coi tempi: circolare, plurima, rotonda. 

 

Indaco Project decisamente in forma all'Auditorium il 28 di dicembre. Rispetto alla performance dell'anno passato (stesso luogo, stessa sala) una formazione completa ha messo in risalto in maniera più corretta, e anche più godibile, le potenzialità del gruppo. Il quale si avvale di sonorità ormai sperimentate, a mezzo fra l'acustico e l'elettrico, ma spesso correttamente bilanciate, e comunque tali da non lasciare spazio a derive troppo affettate in un senso o nell'altro. Insomma, una musica popolare ben strutturata, fatta di spunti, di immagini, di colori; a tratti morbida e sensuale, come si conviene alla ritualità pagana di certi antichi riti orfici, con musiche annesse.

 

Un viaggio nel Mediterraneo fatto di battelli, di sole, ma a tratti anche lievemente malinconico, con l'ambizione di raccogliere intorno a un progetto musicale, le pulsioni e le "irrealizzazioni" di culture che si affacciano nel Mare Nostrum, e che collidono in maniera benefica (ed evidente) con altre culture nordeuropee e non solo. Un quadro di un panorama musicale vivo e di tradizioni rispettate e ritrasmesse ad uso e consumo di un pubblico attento e consapevole.

 

Mario Pio Mancini a coordinare questo gruppo, che si accinge a marcare una propria presenza solida, persistente, in uno scenario nazionale dai tratti a volte incerti, ma che riesce a far fuoriuscire dai propri meandri esempi di cultura musicale pura. E gli Indaco Project (in verità insieme ad altri gruppi meno conosciuti ma che meriterebbero senz'altro di più) in questo senso hanno un ruolo ben preciso. Si rimprovera loro, forse, una mancanza di continuità, e parimenti va loro una benevola tiratina di orecchie perché, a parer nostro, dovrebbero credere di più in loro stessi. 

Mario Pio Mancini, quasi sempre fra e dietro le righe, interpella il suo Bouzuki dai tratti a volte malinconici, a volte squillanti; Valeria Villeggia, notevole specialmente sulle note alte, è cantore di eventi mitici e moderni in chiave sempre poetica, con la sua arpa che dilata l'evento narrativo trasponendolo in evento lirico; Bruno Zoìa accompagna col suo contrabbasso sempre ordinato e puntuale, "responsabile"; Maurizio Catania gioca con le sue percussioni e si dimostra elemento portante di una sezione ritmica precisa e spesso generosa; Danielle Di Maio, al sax e flauto, conferisce, con la propria tecnica, un tocco di Jazz che non stona affatto col complesso "plurisonoro" del gruppo; Jacopo Barbato, con la sua chitarra, finalmente riporta un po' di corretta sonorità elettrica al gruppo, negli ultimi tempi troppo votato all'acustico puro o quasi; infine, la coreografia delle brave e leggiadre danzatrici Amina e Samya: anche l'occhio vuole la sua parte, e il Medio Oriente reclama prepotentemente il proprio impatto visivo più proprio: la danza, la sensualità, che sale sul palco con movimenti coordinati ma sovente liberi, esacerbando l'aspetto carnale di una proposta culturale che parte dalla musica ma che ripercorre e percorre nel tempo ritualità ancestrali più orientate verso il paganesimo che verso le religioni ufficiali.

 

"Su Nuraghe", la splendida "Controvento", "Lampi", "Spezie", "Settembre", "Nanin", "Ascea", "Misirlou", la spettacolare e ben conosciuta "Soneanima", "Ederlezi", testimoniano di una voglia di suonare, e soprattutto di raccontare, che meritano senz'altro un'attenzione maggiore per questo gruppo che scandisce alla perfezione un'idea di cultura, e di musica, al passo coi tempi: circolare, plurima, rotonda. Un buon viatico anche per il futuro.

 

Stefano Faraoni

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