From the beginning

From the beginning. Un mix perfettamente bilanciato di dolcezza e nostalgia, una pagina straordinaria e indimenticabile di un libro scritto in dieci anni, o giù di lì. Gli anni 70. 

 

Quando erano in auge questi tre signori, gli Emerson Lake and Palmer, molti ascoltatori più o meno di professione erano impregnati di cultura musicale radicalscic. Era gente che in fondo disdegnava anche la bipartizione fra tifosi dei Beatles e tifosi dei Rolling Stones, per privilegiare un tipo di ascolto più raffinato, evoluto, più "progressive", dal nome del genere che in maniera torrentizia si apprestava ad invadere gli anni 70 col suo carico di snobismo ostentato, ma, anche, in fin dei conti, veramente rivoluzionario: anche nel campo musicale, oltre che in quello politico e civile, si poteva dire qualcosa di forte e nuovo...Continua a leggere

 

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Commenti: 1
  • #1

    Antonio (sabato, 17 novembre 2012 16:37)

    Caro Stefano ti ringrazio davvero per questa pagina che ci hai regalato. Riascoltare "From the beginning" è stata un’emozione particolare anche perché da tempo non mi capitava di farlo.
    Quando scrivi "Era gente che in fondo disdegnava anche la bipartizione fra tifosi dei Beatles e tifosi dei Rolling Stones, per privilegiare un tipo di ascolto più raffinato, evoluto, più "progressive", dal nome del genere che in maniera torrentizia si apprestava ad invadere gli anni 70 col suo carico di snobismo ostentato, ma, anche, in fin dei conti, veramente rivoluzionario: anche nel campo musicale, oltre che in quello politico e civile, si poteva dire qualcosa di forte e nuovo." riesci a identificare la cifra di quel momento, finalmente ho letto le parole che spiegano cosa c’era nella mente e il cuore di tutti coloro che passavano anche intere giornate ad ascoltare dischi di "progressive". E quanto tempo abbiamo trascorso nel cercare di imparare a suonare sulla chitarra questo brano!
    Devo però dissociarmi da queste parole "Ma un gruppo, per preparazione tecnica, spiccava su tutti. Gli Emerson Lake and Palmer stavano una spanna sopra agli altri, e lo si poteva constatare sia dalle loro prestazioni dal vivo, sia dalle impeccabili performance in sala di registrazione. In molti cercavano di emularli, ma nessuno ci riusciva, nemmeno lontanamente."
    E’ vero, quando uscì “Trilogy” per me fu un colpo di fulmine.
    Questi tre musicisti tentavano di emulare le architetture retoriche della cultura classica: un rock romantico che fondeva la musica classica con la potente musica rock’n’roll. L’organo di Keith Emerson rincorso dalla batteria di Palmer in Hoedown stimolava la mia fantasia affamata di qualcosa che andasse oltre il rock delle radici afroamericane. Stavamo sviluppando l’idea che la musica pop-rock dovesse diventare "arte". Trylogy nutriva i germi di musica colta presenti nel mio DNA: i primi minuti col pianoforte e la voce di Lake, a quel tempo flautata, nel preludio prima di infrangersi contro la batteria e il basso per accogliere il mitico Moog Sinthesizer III e continuare in un impasto complesso e frenetico di tastiere, basso e batteria… suonavano come una tempesta.
    Ascoltai questo disco tante di quelle volte che lo imparai a memoria in ogni passaggio anche difficile delle tastiere. Cantavo i dischi dall'inizio alla fine, io l'iPod l'avevo in testa.
    Mi sembrava che questa musica rispondesse a un bisogno inconsapevole ma preciso: era la risposta al sintomo vitale di un conflitto. Ma quello che per me era bello, per altri era soltanto l'uso di ampollose forme retoriche prese a prestito dalla musica classica.
    A scuola un compagno di classe mi diede una cassetta. Mi aveva registrato un disco e ne aveva riprodotto perfettamente la copertina: un viso stravolto, gli occhi spalancati a scrutare qualcosa di misterioso e spaventoso, le narici allargate, la bocca divaricata al punto di poter sbirciare l’esofago.
    -Ascolta questo, mi disse, altro che EL&P.
    Mi aveva presentato l’uomo schizoide del XXI secolo, ma io lo snobbai perché vivevo ancora travolto dagli idoli del rock romantico e del kitsch classicheggiante.
    Con “In The Court Of The Crimson King” non sapevo ancora cosa avevo tra le mani.
    Un pomeriggio andammo al Mignon, un cinema d’essai vicino a piazza Fiume a Roma, per vedere un filmato di Pictures At An Exhibition, un concerto di EL&P tenuto al Lyceum Theatre di Londra. Vedemmo Emerson accoltellare il suo sintetizzatore Moog, Palmer sommerso dalla sua immensa batteria e Lake presentare le sue chitarre. L’enfasi dello spettacolo era superiore alla musica. Qualche anno dopo EL&P si sarebbero presentati in un tour americano accompagnati da una orchestra di 58 elementi, più un coro, più un colossale impianto JBL PA originariamente ideato per lo stadio delle Olimpiadi di Montreal: un progetto pretenzioso, uno scacco pesante, un tour fallimentare scivolato definitivamente nel kitsch.
    No, ELP non sono mai stati una spanna sopra gli altri, hanno invece cavalcato l’onda del progressive più deleterio.