Il cambiamento. L’etica dell’applicazione

Se non fosse che al giorno d’oggi la parola d’ordine è, sempre e comunque, cambiamento (o al massimo rinnovamento), saremmo tentati di dire: ma dove sta scritto? Siamo sicuri che è davvero così? Per effetto di ciò le leggi devono cambiare, la società deve cambiare, la politica e l’informazione idem, e quant’altro...

L’idea confortevole e confortante del cambiamento è talmente sperimentata da diventare quasi un assioma nel mondo ferino della comunicazione. Chi non dice innanzitutto "cambiamento", soprattutto in politica, e meglio ancora in campagna elettorale, è destinato ad essere un perdente mediatico. Poi viene tutto il resto. Non si fa in tempo a fare una legge, che subito non va bene e bisogna cambiarla: l’idea melliflua e lenitiva del nuovo così supera di molto una concezione più razionale e pragmatica dell’esistenza. Diventa più importante pensare subito al dopo nel segno del cambiamento, piuttosto che sperimentare l’esistente, e magari impegnarsi ad applicare l’esistente, a metterlo in pratica, a giudicare solo dopo che si siano effettivamente verificati gli effetti positivi o negativi di un comportamento o di una legge, o anche solo di una serie di idee. Un esempio, per così dire, di alto rango: la Costituzione della Repubblica Italiana. Ora è invalsa l’idea che bisogna stirarle un po’ le rughe, renderla maggiormente compatibile coi tempi moderni.

 

Quindi cambiamento. Nulla quaestio.

 

Ma se andiamo a vedere quelle parti della Costituzione che sono disapplicate o addirittura ignorate, rischiamo di essere colti da fremito di sacro terrore. Fra i principi fondamentali si aprono voragini di disapplicazione riguardanti la pari dignità e la uguaglianza, lo sviluppo della persona e l’effettiva partecipazione dei cittadini alla vita del Paese. La parte riguardante il decentramento amministrativo è ormai una chimera. Lo Stato e la Chiesa dovrebbero essere indipendenti e sovrani, ma sono solo sovrani, perché lo stato italiano è diventato dipendente dalla Chiesa. La Repubblica dovrebbe promuovere lo sviluppo della ricerca scientifica, ma gli stanziamenti miserrimi di bilancio ci fanno il fanalino di coda o quasi in Europa. La scuola dovrebbe essere aperta a tutti, ma di fatto chi paga o chi paga di più è sempre privilegiato nella scalata sociale, indipendentemente dai meriti. La donna non ha gli stessi diritti e le stesse retribuzioni che spettano all’uomo. Il bene primario della salute dovrebbe essere garantito sempre e comunque, e invece sovente si viene curati male e a futura memoria nelle strutture pubbliche: se paghi, anche qui, ottieni subito, altrimenti la lastra o l’ecografia te la fai fra tre o sei mesi. E potremmo continuare così a lungo.

 

Non solo: scendendo di rango, potremmo dire che il problema dell’applicazione arriva fino alle leggi ordinarie e fino al rispetto dei contratti fra privati. L’abnorme, elefantiaca, produzione di norme, è indice di una grave carenza etica e culturale: l’impossibilità, sovente la non volontà, di applicare le regole esistenti, sebbene potenzialmente foriere di effetti positivi e strutturalmente ben congegnate. Il problema quindi, lasciatecelo dire in termini apodittici (ma, speriamo, efficaci) è uno e uno solo: l’educazione. La formazione. Da qui discende tutto il resto; il bonus civis, senza un’adeguata formazione che afferisce all’etica della responsabilità, non esisterà mai.

 

Il buon cittadino, prima ancora di pensare al cambiamento della legge, la applicherà, la sperimenterà, e semmai poi la criticherà. Un’interpretazione socratica, se volete, del vivere sociale, ma anche un’interpretazione pragmatica e, per così dire, scientifica. Il giovane deve conoscere e imparare a conoscere, deve imparare ad applicare ancor prima di criticare, deve possedere gli strumenti per mettere a confronto più nozioni e più idee. Con questo modo di ragionare il cambiamento ha un senso perché sarà motivato, avrà una sua propria logica e potrà produrre effetti positivi e duraturi nel tempo. E non stiamo inventando nulla perché, è risaputo, in molte altre moderne democrazie occidentali l’etica dell’applicazione non è un desiderio, è una realtà.   

 

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