Il buco nero delle nostre paure

Doveva fare freddo 13,5 miliardi di anni fa, quando l’Universo era concentrato in una bolla di materia di densità inimmaginabile in un vuoto che ancor oggi i fisici stentano a definire. Cosa fosse intorno nello spazio e prima nel tempo, prima del tempo, è riflessione che coglie impreparati la gran parte di noi, ma non tutti. Al confine fra scienza e teologia, fra filosofia e religione, si muovono concetti freddi, come lo spazio e il tempo, la materia visibile e quella oscura, la creazione e l’autocreazione, il teismo e il panteismo. E ci si chiede se vale la pena di pensare e di conoscere, di attribuire alla conoscenza la stessa dignità della vita quotidiana. Ma alla fine, tra sussulti di materialismo e ricerca di misticismo, tra dichiarazioni fideistiche d’impotenza e improbabili dichiarazioni d’onnipotenza, la tensione della vita, quel filo maledetto e meraviglioso generato da quella bolla primigenia, campeggia come una corona di spine e di luce nel cosmo. Forse è lei stessa il cosmo...

Se da una parte Dante Alighieri, quello della insuperabilità delle Colonne D’Ercole, biasimava l’arroganza umana, il suo voler accostarsi e sostituirsi a dio, e chiudeva una porta; dall’altra ne apriva un’altra formidabile, anzi, apriva il portone di un reame ove l’uomo avrebbe dovuto, e non solo potuto, entrare. Un obbligo,  imposto dallo stesso dio: fatti non foste a viver come bruti,ma per seguir virtute e conoscenza. Cioè a dire, tu, fatto a mia immagine e somiglianza, hai il dovere di essere libero, libero di conoscere. Perché questa è stata la sua grande intuizione: la libertà è conoscenza.
Più di tredici miliardi di anni dopo l’inizio, al Cern, in un laboratorio svizzero dove da anni si lavora sulla fisica estrema riproducendo artificialmente quelle condizioni border line, si fa un tentativo di conoscenza, si prova a simulare la condizione  del big bang, quello che è successo negli attimi successivi all’immane esplosione, l’evento cataclismico che ha dato vita all’universo medesimo. In questo laboratorio dove, guarda caso, lavora anche la crema della fisica italiana (quelle menti di straordinaria preparazione ed intelligenza che per campare hanno bisogno di andare all’estero), c’è una possibilità, pare che non si sappia quanto remota (riferiscono le agenzie): che a seguito dell’esperimento vengano a formarsi dei buchi neri.

I buchi neri, in astrofisica, sono il prodotto finale della morte di un certo tipo di stelle, le cosiddette supergiganti. Succede che dopo svariati milioni di anni, il combustibile nucleare di questi soli si esaurisca, lasciando che la forza centripeta della stella abbia la prevalenza su quella centrifuga che tende a proiettare il materiale nello spazio. Allora si forma col passare del tempo una stella “fredda”, una stella nana, una specie di pianeta dove la densità della materia è molto alta e cresce sempre di più perché non incontra l’ostacolo delle reazioni termonucleari. Poi, quasi alla fine del ciclo, l’ex stella collassa su se stessa in maniera così forte che diventa una stella di neutroni, una sorta di plasma dove i neutroni stessi, particelle atomiche con carica neutra e massa di poco superiore a quella del protone, si fondono gli uni con gli altri. Poi…poi il nulla, o quello che noi reputiamo essere il nulla. Un posto dove la materia è talmente densa, la forza di gravitazione talmente forte, che da lì non esce più niente, nemmeno la luce. Il buco nero, i cosiddetti black holes che si ipotizzano, ovviamente, non si osservano direttamente. Questi vortici succhia-materia dei quali si vedono gli effetti, perché deviano la luce.
A volte si vedono dei getti di gas supercaldo emessi dai buchi neri (plasma), fenomeni che sono fra i più violenti conosciuti nell’universo. Quei getti di materia si estendono per milioni di anni luce e impattano la nostra vista sotto forma di luce visibile in un telescopio, o sotto forma di raggi x e gamma rilevati da appositi sensori. Fin qui la scienza, l’osservazione e le ipotesi che si fanno e si faranno sull’origine e il futuro di questi fenomeni naturali.Ma la vita di noi terrestri è altra cosa. Essa è fatta di azioni, grandi e piccole; di meschinità, di futilità, di convenienze, di paure. Questa vita, cui noi siamo soliti attribuire gigantesca importanza, non è unica, non è insostituibile, non è irripetibile. E’ una vita e basta. In Svizzera, l’LHC, quest’acceleratore di particelle che simulerà l’inizio, non sarebbe importante se alla notizia non venisse accoppiata la terrificante idea della possibilità che da quest’esperimento venga generato un buco nero: un buco nero tutto mentale, un buco nero del nostro cervello, il buco nero delle nostre paure.
L‘orror vacui, la paura del vuoto di aristotelica memoria, che pervade orrida le nostre menti alla perenne ricerca di certezze. L’esperimento e il fervido e meraviglioso afflato di conoscenza del primo atto non sarebbe nulla, se non venisse collegato con la possibilità del nulla, della fine del mondo, dello scienziato pazzo che osa varcare le Colonne d’Ercole del conosciuto per inserirsi scelleratamente nel terreno dell’inconoscibile, quello riservato a dio. Il terreno della creazione. L’uomo non può sostituirsi a dio nella creazione, non può simulare i primi istanti di vita, senza incorrere nella sanzione o, almeno, nella sua possibilità: la fine del mondo stessa.Conseguentemente il professor Otto Rossler, biochimico e tuttologo (non astronomo o astrofisico o matematico) ci ammonisce sulla possibilità che l’esperimento crei tanti piccoli buchi neri che, sommati fra loro, inghiottiranno la Terra in quattro anni. Meravigliosa e terrificante ipotesi.La possibilità che questo succeda è  assimilabile a zero, ma non basta a tranquillizzare le nostre fobie ataviche, i nostri sacri terrori. Basta però a dare dignità a una notizia, che altrimenti sarebbe stata indegna di attenzione.Quando mi capita di guardare attraverso il telescopio la profondità del cosmo, a volte resto pietrificato dalla sua bellezza, e non ho paura. E capisco molte cose. Ma soprattutto non ho paura.Allora mi ricordo che l’ignoranza e la paura vanno di pari passo, si alimentano l’un l’altra; così come la conoscenza e la libertà.
Ora come allora. Allora come ora.
E’ una delle poche volte che mi sento contento di me stesso, perché so che l’ignoranza è distante miliardi e miliardi di anni luce, molto oltre quei buchi neri ai confini dell’universo.

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