Chiesa e pedofilia, l'orrore celato e impunito

Chiesa e pedofilia
Chiesa e pedofilia

Il problema della pedofilia nel Clero è un fatto innegabile. Forse è capitato a tutti noi di pensare, almeno una volta nella vita, a quale sia il reato più raccapricciante e immorale che possa commettere un uomo. E non stiamo parlando della nomenclatura un po’ arida che i nostri codici penali ci propinano, con tanto di anni di carcere, attenuanti e prescrizioni. Parliamo di quegli atti che nel nostro immaginario sono comunque i più riprovevoli e disgustosi, poiché confliggono non solo con una visione oggettiva di diritto comune (per l’appunto codificata nelle leggi) ma anche, e soprattutto, con una visione dell’etica che quasi silenziosamente è approvata da moltissimi di noi, fa parte del nostro codice genetico, e si trasmette da persona a persona come fosse un elemento costitutivo, vivo, del vivere civile, delle relazioni fra le persone...

In questa visione "personale" trovano spazio atti efferati di immediata condannabilità, come l’omicidio, la strage e così via; altri invece se ne rimangono più in disparte, forse perché “nascosti”, celati, messi da parte e scansati sovente sia dai media, sia da un  disgustoso senso del pudore che consiglia di non parlare troppo di queste cose, di lasciarle decantare nel tempo e magari dimenticarle, all’insegna del “sono cose gravi, ma possono succedere“. A volte poi, anche oltre questo atteggiamento di per sé oltremodo lesivo del bene comune,  c’è l’imprescindibile necessità di  coprire persone e istituzioni che comunque non possono essere sfiorate da accuse infamanti.

La spiegazione di tanto ipocrita e irresponsabile comportamento risiede nella smentita, ultimamente sempre più puntuale ed incalzante, del semplice assioma: religione uguale etica. Pur di non smentire questa equazione (per secoli e fino ad oggi), si è sempre coperto ciò che di moralmente più riprovevole poteva macchiare la presunzione di purezza che un’entità perfetta, la religione, aveva nei confronti della gente.

 

Così è accaduto che il reato di pedofilia degli uomini religiosi, così disgustoso, è stato coperto fino a quando era possibile; fino a quando la bolla ormai era troppo gonfia e non poteva non scoppiare: in Nord America, in Sudamerica, in Europa. Qui da noi, Paese cattolico per antonomasia, è più che ragionevole pensare, sia per la grandissima quantità di religiosi presenti, sia per la necessità politicamente ancor più sentita di coprire certe perversioni dell’etica, che i fenomeni venuti alla luce siano solo la punta dell’iceberg. Vedremo. E’ possibile che, se le denunce di pedofilia, ancorché tardive,  produrranno qualche risultato, si possa verificare un effetto  “rebound” che metta in condizione tutti coloro che hanno subito queste ignominiose violenze, di parlare. Questo sarebbe corretto ed auspicabile perché, riallacciandoci a quello che prima dicevamo sulla gravità dell’atto, il pedofilo religioso è doppiamente colpevole. Egli si trincera astutamente dietro la figura di un dio, nel terrore del quale (come è in effetti successo) rarissimamente si ha il coraggio di intervenire e denunciare in tempi brevi. E’ un modo semplicemente vigliacco di sfruttare la propria posizione dominante nei confronti di un’altra persona, sovente debole proprio perché sottomessa, sia pur indirettamente, al rapporto persona-sacro, persona-divinità. A questo si aggiunga che la stragrande maggioranza dei soggetti interessati da queste violenze sono bambini. Ripetiamo e sottolineiamo: bambini.

 

Nel caso evidenziato dalla notizia addirittura handicappati. Quindi si ha l’ardire di colpire esseri umani doppiamente deboli: in funzione del rapporto con dio, e in funzione della loro condizione personale (giovane e giovanissima età o handicap). A fronte di queste considerazioni, risulta che pochissimi sono i preti e/o i religiosi che sono stati condannati o che hanno scontato la loro giusta, sacrosanta pena. Nella maggior parte dei casi, sono stati coperti a dovere dai loro responsabili gerarchici, mettendo in luce una rete di complicità e connivenze intessuta in maniera così fitta da farla diventare un fatto socialmente e storicamente di rilevo. L’altro aspetto da considerare, ovviamente, è quello più propriamente culturale, quello che i sociologi e gli psicologi (ma, riteniamo ogni persona di buon senso) non tarda ad evidenziare: la compressione ideologica delle  esigenze naturali e fisiologiche della persona è alla base, e probabilmente l’unica causa, dell’esplodere e il diffondersi del fenomeno della pedofilia negli uomini/donne di religione.

 

Non ci vuole molto a capire che, laddove  gli istinti sessuali vengono quotidianamente compressi, secretati, da qualche parte uno sfogo debbono pur trovarlo. E lo sfogo in effetti lo si è trovato e lo si trova, manifestandolo nella maniera più conseguente possibile: toccando gli elementi più deboli della società, quelli che, sia da un punto di vista fisico che intellettivo, non hanno difese.
Quindi c’è una responsabilità di fondo della Chiesa su tutto questo, una culpa gravis, per dirla col diritto canonico.

 

La castità, questa pura invenzione della Chiesa, o anche meramente la continenza, generano mostri. Né si può dire che a tutt’oggi, ribadendo queste tesi, questi concetti aberranti, lo stesso Vaticano abbia inteso ricredersi dalla linea. Nel momento in cui Benedetto XVI richiama questi concetti, all’interno del mondo religioso ( ma anche fuori dicendo che non bisogna usare i metodi contraccettivi non naturali) è evidentissimo che direttamente o non direttamente  prosegue su questa linea di totale irresponsabilità. Responsabilità penali individuali; irresponsabilità politiche collettive dell’Istituzione Chiesa. Un quadro ben delineato, anche in base a questi ultimi episodi. Ma, a fronte di tutto questo, di vite devastate così come succede alle donne oggetto di stupro, chi paga? In America, si è coperto l’immenso scandalo dei preti pedofili con l’esborso di milioni di dollari; qui da noi opera come una mannaia la prescrizione, e i protagonisti degli scandali probabilmente non verranno mai condannati.

Alle crociate, alle stragi dei Conquistadores in nome di Cristo, alle guerre fra Guelfi e Ghibellini, alle sofferenze della tortura dell’inquisizione, all’ignavia dei papi nei confronti delle guerre e delle stragi (nei fatti , non nei proclami); a tutto ciò ora si aggiungono evidenze, punte infettate di iceberg che qua e là galleggiano nel mare magnum dell’etica, e lo inquinano sempre più. La forbice fra ciò che si proclama e ciò che si fa si allarga sempre di più, smentendo chi ancora crede che, nonostante tutto, l’Istituzione Chiesa possa essere portatrice sana di un’altrettanto sana morale condivisa.

 

E quel che più dispiace è che, in base a un trattamento di privilegio che nega ulteriormente quell’auspicata uguaglianza di tutti i cittadini di questo mondo, chi vive nel e del contesto religioso, vive in un mondo franco, la fa franca, operai e datori di lavoro, preti e principi della Chiesa, anche a fronte di evidentissime responsabilità.

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