Il carcere, il detenuto e le foglie

Il detenuto e le foglie
Il detenuto e le foglie

Non avevo mai visto il mare, perché la mia era una vita di terra. Aggrappato alle onde, con gli altri, il mio corpo è arrivato sulla spiaggia. Prima non sapevo che il mio corpo fosse nero. I colori gelidi del mare e gli spruzzi bianchi non sapevano che il mio corpo fosse nero. Sorpreso dal chiarore della luna sulla spiaggia bianca, ho iniziato a fuggire, fra le grida di molti altri uomini con vestiti assurdi di rabbia. Ma non ce l’hanno fatta a prendermi perché la mia corsa di terra valeva di più delle loro luci sulle nostre facce e della luna stessa che, povera, non poteva ritrarsi...

Come quand’ero un po’ più giovane, a nascondermi fra gli alberi la sera, ed ero libero di giocare con gli amici, quando solo le stelle nel cielo potevano vedermi e solo gli animali potevano sentire il mio odore.
Fra le case bianche come la mia amica luna ho trovato odio ma anche un po’ d’affetto, e ho cominciato a vivere fra questi uomini, a nascondermi quando necessario, a mostrarmi quando dovevo, ma senza mai dire male di loro, nemmeno una volta. No, io non li capivo, ma proprio per questo mi era difficile dire male di loro; anche quando mi correvano dietro. Dalle mie parti la terra era rossa e scura e le foglie quasi sempre verdi; qui, in autunno le foglie ingialliscono.
Io non stavo male, no, ma loro avevano fame.

"Spostati dai, aiutali" mi diceva una voce.

"Tu che sei giovane e forte puoi farlo, non pensare solo a te, pensa a quei rivoli di sangue, del tuo sangue, che gemono sulla terra scura rendendola rossa".

E sono partito, sono venuto dove qui invece, in autunno, le foglie ingialliscono. Ma ero giunto a un punto che forse non mi odiavano più, la mia presenza era accettata, anche se a volte mi guardavano con sospetto. Qualcuno cominciava a capire che il mio sudore non valeva di più o di meno di quello degli altri; che il mio odore sapeva di terra buona. E cominciai a leggere e scrivere questa lingua fatta di pochi sogni, e divenni bravo nel tradurre.
Tutto mi rendeva curioso: ero diverso ma volevo diventare uguale, parlando bene e leggendo libri.
Quando al mercato dove io vendevo quel giorno, sistemai il mio lenzuolo accanto al banco dei libri, avvertii però di nuovo quell’odio, e allora decisi di non accettarlo coprendo quell’uomo dei libri coi miei sorrisi. Per giungere ancora più vicino al suo cuore occluso di nebbia, presi quel libro in mano e cominciai a leggere.
Ebbi meraviglia, fra le sue pagine bianche scorsi netto il colore rosso sangue della mia terra. E non lo riposi subito, ma presi a volteggiare come un uccello sui campi e sulle foreste e sui fiumi larghi d’acqua intensa, e venni a capire che la mia terra e il loro mare vivevano insieme, perfettamente, la stagione dei sogni, pur se scrivevano in modo diverso. E feci in tempo a leggere l’ultima poesia, prima che l’uomo dei libri urlasse il proprio livore gridando che io avevo rubato il libro. Che io, uomo senza titolo, avevo rubato la poesia.

"Si sta come d’autunno le foglie sugli alberi".
Qui, adesso, nei pochi metri di muro che mi circondano, rileggo in mezzo ad altri cinque uomini, la mia memoria senza un confine. Un’unica, eterna stagione di tempo sta qui dentro: le voci non hanno futuro; la luce è prigioniera anch’essa del buio. L’odore buono di terra è adesso solo fetore d’escrementi. Loro parlano stretti, ridono stretti e piangono stretti, io però non smetto d’imparare. L’ultima cosa che ho imparato bene è stato l’autunno, perché l’ho visto sulle foglie gialle degli alberi, e l’ho letto bene su quella poesia.
Adesso, nella lunga attesa del giudizio, immagino che sia autunno. Io lo so perché hanno tolto la mia libertà: perché ho osato rubare loro la poesia, perché ho osato essere poeta dei miei sentimenti senza avere un’identità. Ma la condanna non ci sarà. Non posso attendere oltre, permettere che dentro questa buca altra gente venga e se ne vada e io resti ancora qui. Allora ho chiesto che mi facessero avere almeno un libro, che tengo gelosamente dentro i miei pantaloni, a contatto con la carne. Quando lo tocco sono felice. E adesso aspetto solo che gli altri vadano fuori per l’ora d’aria, come tutti i giorni quando la falsa illusione di essere liberi ti fa ancora più male. Sul libro, la prima poesia è quella che mi piace di più; è proprio la prima e quindi nessuno può permettersi di non leggerla. Quando torneranno quindi troveranno la sedia, la poesia e il lenzuolo, e chiameranno subito altra gente che comincerà a leggere la poesia, e altra gente ancora che si stupirà di come possa essere bella.
Io lo so bene che un uomo scuro come me passerà senza alcun clamore da una buca a un’altra, senza rispetto, senza memoria. Ma so anche che quella mia poesia, scritta e letta insieme al loro poeta, avrà ancora udienza anche nei cuori più aridi, perché io e loro e noi tutti, semplicemente, ugualmente, si sta come d’autunno sugli alberi le foglie.

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