Il giardino degli aranci

Stamattina Roma è bellissima, potente, immensa. Silenziosa. L'assioma della sua universalità, così astratto e generico, prende corpo nel suo pudore odierno, nella sua discrezione, in questa giornata tiepida di mezzo agosto. Sotto al giardino, la vibrazione della strada è la sola a cogliere l'aspetto della banalità quotidiana. 

Tutto il resto è un corpo disteso, languido e sinuoso nelle sue forme bagnate dal Fiume, nelle  rotonde protuberanze dei campanili. E quel verde abulico che la protegge e la separa conferisce a questa creatura un'armonia dolce, compatta. La sua impudenza strillata è ancora nascosta e forse lo sarà per tutto il giorno. Quest'urbe ordinata sta vivendo la sua venticinquennale giovinezza, come se il flusso continuo dei pellegrini fosse sangue nuovo nelle sue vene, la linfa chiamata a restituire un'eleganza che a volte tramuta in flaccidezza.

Nel giardino, oggi perfetto come un'ecloga virgiliana, tra due pini lievemente convergenti, sta un palco blu con uno sfondo notturno, e sotto una città, forse un'altra, che non riesco a distinguere. Di fianco ad esso alcune coppie amorose sciolgono i loro desideri nell'aria lievemente liquescente, mentre, dietro, pini e cipressi intoccabili cingono in un assedio esasperato la riservatezza di ciò che è dietro al muro.

Un batuffoletto rosa a forma di bambina corre appresso ai colombi. E' la padrona assoluta di quel mondo poiché latrice di un'ingenuità perfetta. E' il centro dell'universo, più ancora che il campanile bianco che alla fine del viale, appena sopra il muretto che delimita il tuffo verso la città, fa sfoggio della propria inappuntabile, ferma sicurezza. Sereno è tutto ciò che si può vedere e si può cogliere. Ogni frammento di spazio è un frammento di vita.

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