L'ora di religione

Se non avete ancora visto il film L'ora di religione (Il sorriso di mia madre)  del 2002, scritto e diretto da Marco Bellocchio, interpretato mirabilmente da Sergio Castellitto, vi consiglio caldamente di farlo. E' un film che sta nelle corde di quanti nella vita sfuggono all'ipocrisia dei dogmi precostituiti. Un film ch, inevitabilmente fa riflettere sull'obbligo dello studio della religione e sul suo ruolo nell'educazione dei nostri figli. 

 

Si legge in un documento della Santa Sede:

 

"In una società pluralista, il diritto alla libertà religiosa esige sia l’assicurazione della presenza dell’insegnamento della religione nella scuola, sia la garanzia che tale insegnamento sia conforme alle convinzioni dei genitori”. I diritti dei genitori - continua il documento, citando il Concilio Vaticano II - sono violati se i figli sono costretti a frequentare lezioni scolastiche che non corrispondono alla persuasione religiosa dei genitori o se viene loro imposta un’unica forma di educazione dalla quale sia completamente esclusa la formazione religiosa”.

Francamente si stenta un po’ a commentare affermazioni così intrinsecamente contorte e maldestramente fuorvianti. Ma proviamoci. Intanto c’è da dire che, in una società democratica e pluralista, il diritto alla libertà religiosa non comporta l’obbligo dello studio della religione. E lo comporta ancor meno per chi non crede. La nostra Costituzione, pur parlando espressamente della fede cattolica, riconosce eguale dignità a tutte le confessioni religiose (artt. 8 e 19 della Costituzione), e pertanto pone dei solidi presupposti per una società aperta alla multiconfessionalità, nonché, per il medesimo principio di libertà, alla non credenza, ivi compresi ateismo e agnosticismo.

In secondo luogo la motivazione che nella scuola dei figli debbano essere tutelati i "diritti dei genitori" in quanto credenti osservanti, ha un sapore a mezzo fra il ridicolo e l’aberrante. Ridicolo perché sembra che sui banchi di scuola ci siano i genitori; aberrante, perché i sottoposti a tutela semmai devono essere i bambini/ragazzini, non i genitori.

In terzo luogo non si capisce perché, sempre e in ogni caso, le convinzioni dei figli devono essere conformi a quelle dei genitori. Il bambino, o il ragazzino, ha diritto invece ad una formazione/informazione, per così dire, “prudente”, dove lo si deve mettere a confronto con una realtà quanto più possibile plurale, aperta, multicognitiva; affinché, raggiunta la propria maturità di giudizio ed intellettuale, egli possa scegliere sua sponte la strada lavorativa e l’indirizzo culturale da intraprendere per il resto della sua vita. E magari, cambiando, sceglierne altri. Ma sempre a patto che abbia conoscenze ampie, aperte, delle varie realtà che lo circondano. Ivi comprese le religioni, se le sue scelte di natura personale, di coscienza, andranno in questa direzione.

La scuola ha il dovere di formare il cittadino sulla base di insegnamenti possibilmente neutri, senza istillare o confermare convinzioni assolute, specialmente nella prima parte della vita, particolarmente sensibile alle suggestioni di ciò che non trova fondamento nel logos, nel ragionamento deduttivo. Laddove si tende a sostituire, correttamente, l’insegnamento delle regole civili alle verità assolute di natura religiosa, si fa un’operazione didatticamente impeccabile. L’etica civile, come nell’educazione civica, nella conoscenza delle norme del vivere civile e in primo luogo della Costituzione, è concetto di carattere universale. Molto più di quanto si creda. Perché è nei fondamenti valoriali della Costituzione che, almeno in senso astratto, il giovane si imbatterà nei principi fondanti, e per l’appunto universali, posti alla base sia dell’umanesimo che del diritto positivo. L’uguaglianza, la solidarietà, la libertà, la ragione, il diritto alla critica, sono principi che, espressamente o implicitamente, troviamo nella Costituzione stessa. Invece, ad esempio, nella religione cristiana la libertà non esiste come valore naturale dell’essere umano; in quella islamica, ancor meno, perché si è solo soggetti a Dio. Inoltre il concetto di “ragione” viene quotidianamente rivisto dalla Chiesa, rielaborato e semanticamente ristrutturato per renderlo il più aderente possibile a quello religioso: col risultato che alla fine diventa un’altra cosa. Parimenti il diritto alla critica, nella religione cattolica non esiste, a cominciare da dio, per finire col dogma dell’infallibilità papale. Di contro, la Costituzione laica è, a ben guardare, un crogiuolo di valori universali riconosciuti e praticabili che spazzano quell’idea del relativismo laico così cara al neointegralismo cattolico; cosa che, in fin dei conti, si dimostra essere sempre più invenzione intellettuale e sempre meno realtà ancorata ai fatti. Quindi il problema è comunque e sempre questo: nella formazione delle leggi, e quindi delle regole del vivere civile, dobbiamo attenerci alle convinzioni etico-religiose (peraltro di una parte) o ai dettami universali della Carta Costituzionale, laica nella propria strutturazione e nei fondamenti che l’hanno ispirata? Nel primo caso, si devono prendere per buone le convinzioni religiose e trasporle in legge: sul testamento biologico, sull’ora di religione, sulle coppie di fatto ecc.Nel secondo caso si deve tener conto di un’ispirazione più profondamente neutrale, e per ciò stesso più robusta, che mira a tener conto non di una sola “ispirazione ideologica” (peraltro strutturalmente dogmatica) ma dei desideri, dei diritti e delle idee di tutti.Contrariamente a quello che dice la Chiesa, gli embrioni della deriva relativista stanno proprio nella parzialità di un insegnamento, di un unico fondamento ideologico come può essere quello cattolico; l’universalità, al contrario, sta nell’apprendere di tutto e per tutti, anche in materia di religioni. Sta nel proporre conseguentemente leggi tali che abbiano valore per tutti, credenti, atei e agnostici, soprattutto rispettando anche queste convinzioni e non passando loro sopra come uno schiacciasassi in nome di una convinzione non condivisa. Questa è laicità vera, questa è libertà. Non mi si può imporre di terminare la vita come vogliono altri e non come è mio desiderio; non mi si può dire “esci dalla scuola quando facciamo l’ora di religione”, come fossi un appestato, e senza predisporre insegnamenti alternativi; se non sono sposato, non mi si può discriminare nei miei diritti fondamentali non dandomi la possibilità di tutelare e di essere tutelato dalla mia compagna; non mi si può inserire in una legge dello Stato (Trattato 27/5/29) il concetto di un Papa Sacro e inviolabile, perché nelle mie convinzioni non rientra la parola “sacro” e perché credo che tutti gli uomini siano uguali, compreso il Papa.

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