Pier Paolo Pasolini in un ricordo

Ostia, 2 novembre 1975, lo scrittore, poeta e regista Pier Paolo Pasolini è ucciso in maniera brutale: battuto a colpi di bastone e travolto ripetutamente con la sua auto sulla spiaggia dell'idroscalo, vicino a Roma. Il cadavere così massacrato è ritrovato da una donna alle 6 e 30 circa. Sarà l'amico Ninetto Davoli a riconoscerlo. L'omicidio è attribuito ad un "ragazzo di vita" romano, Pino Pelosi, che prontamente si dichiara unico colpevole. Dopo trenta anni, inspiegabilmente, ritratterà tutto. Io l’ho vissuta così.

C’era un campo da pallone che si chiamava Primo Maggio lì, a pochi metri da quell’omicidio che ha segnato la fine di un pezzo di cultura italiana. Io andavo a giocare spesso in quel pezzo di periferia estrema, che non era nemmeno una zona di confine: era una zona di trincea. Mi raccontano che lì veniva a giocare, attratto da non so quale inspiegabile voglia di mischiarsi con quell’ambiente di borgata, Pier Paolo Pasolini.
Oltre il campo non c’era più nulla, se non la sabbia delle dune, squarciata da relitti di carrozzerie e lattine in quantità, lavatrici rugginose e in fondo dal rumore del mare che frangeva da qualche parte una spiaggia la quale, non so perché, non si vedeva mai. 
Forse ne avevamo un po’ paura, specialmente la sera, e non volevamo vederla. E poi ancora (ma chi ci arrivava fino laggiù?) improbabili, cigolanti bilancioni da pesca, a disposizione di chiunque pensasse che lì il reato di appropriazione di una cosa altrui non esistesse. Cioè a disposizione di tutti. 
Ed oltre ancora il Tevere pesante e fangoso, così lento che pareva torcersi come una lumaca bavosa nel tentativo ultimo di gettarsi in mare. 
Sulla destra e sulla sinistra della riva, quegli scogli grossi che l’acqua inghiottiva insieme a qualche altro pezzo di catapecchia cadente, dove stavano sempre (e sottolineo, sempre) due o tre pescatori che ostentavano una pazienza acquosa. 
Di quel giorno ricordo appena le macchine della polizia, forse un lenzuolo bianco, e la sensazione, forte e corrosiva come la salsedine, che qualcosa d’importante là sotto fosse successo.
Mi raccontano che amasse giocare al calcio, come me; che fosse, nonostante l’aspetto gracile, un uomo forte, un calciatore tignoso, come molti di noi. 
Poi ricordo, molti anni dopo, il suo monumento in stato di abbandono, quel relitto che, incredibilmente, stava bene in quel posto, perché segnava perfettamente la sua poesia ed il suo cinema.
Era un relitto in bianco e nero, come lo era quella borgata estrema; solo un segnale indefinito fra i legni marci della vita, fra le frasche confuse in mezzo alla duna, sotto un cielo fermo che in un altro tempo, in un altro luogo, avrebbe avuto qualcosa da dire. 
Stefano Faraoni

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