Ninnananna

Tratto dal libro Fiabe di terra

 

Non erano due gambe robuste, erano piuttosto esili e si muovevano con una certa difficoltà. Non dico che fosse claudicante, ma sicuramente non aveva un bel passo; e m’ispirava una tenerezza profondissima, come se in quel momento tutte le tristezze del mondo fossero concentrate in quella camminata. Sai, aveva dei pantaloni troppo larghi, larghi e consunti; e anche le scarpe erano di vecchio tipo, nere e troppo appiattite in punta, sebbene non sembrassero tanto in cattivo stato.

 

M’ero messo a seguirlo così, per curiosità, giusto per vedere dove andava, anche se una mezza idea di dove fosse diretto ce l’avevo. Doveva avere una gamba più corta dell’altra: avevo notato questa leggera asimmetria. Ogni tanto si fermava a massaggiarsi la gamba sinistra, che gli doleva molto a giudicare dalle soste abbastanza frequenti. Forse era anche quel tempo piovoso a dagli fastidio alle ossa, o forse poteva essere un malanno temporaneo dovuto ad una contusione o che altro. Ma non credo. Pensa che i pantaloni gli arrivavano quasi sotto le scarpe, ciò che lo ostacolava ancora di più nel camminare. Dovessi descriverti il suo volto, mi troverei in difficoltà, perché non me lo ricordo bene. Stava camminando lungo il viale alberato – saranno state le dieci del mattino – e a quell’ora lì non circola quasi nessuno. Lui e gli alberi. S’era fermato ad orinare sotto uno di questi, immobile come uno di questi, proiettando un’ombra più vegetale che animale. Aveva tutto il tempo che voleva e non gli importava granché di essere visto; dal suo punto di vista forse poteva essere scambiato per una pianta. Avrei dato chissacché per poter sapere cosa stava pensando. Mi sembrava che pensasse intensamente e continuamente perché, vedi, gli anziani sono diversi dai giovani: sembra che stiano sempre a pensare a qualcosa e, anche quando non è così, spesso il loro sguardo assorto è talmente significante e intenso che paiono esprimere una forza interiore di gran lunga superiore.Anche se non ricordo bene le fattezze del suo viso, aveva un’espressione grave. Ogni tanto lo sentivo bofonchiare lunghe frasi incomprensibili, come se avesse avuto un’esigenza incontenibile di comunicare i suoi pensieri, di esternarli a qualcuno o a qualcosa. Ma c’erano solo due interlocutori, entrambi muti e misteriosi: il vento e lui stesso.Poi entrò nell’unico posto dove poteva entrare; l’avrei giurato. Quelle gambe magre e ossute avevano fatto il loro dovere una volta di più, l’avevano portato dritto dritto in quell’osteria dalla luce fioca, in quel deposito di pensieri arrugginiti, in quell’alveare di parole tronche e ammiccamenti geniali.Regnava una sporcizia indicibile nel locale: polvere e unto sembravano essersi messi d’accordo per dare un’unica tinta grave sulle pareti e sulle sedie; e, come se non bastasse, ogni tanto sorprendevo l’oste a infilarsi un dito grasso nel naso, per poi continuare a maneggiare tranquillamente bicchieri, bottiglie e tovaglioli. Avevo notato un avventore che nel giro di mezz’ora si era recato cinque o sei volte al banco, aveva chiesto con somma discrezione un bicchiere di vino bianco, l’aveva tracannato con rapidità e infine, con noncuranza sbalorditiva e insospettabile sobrietà, era tornato a sedersi al suo posto. Ascolta. Non so se hai presente quel quadro famoso di Van Gogh dove c’è quel vecchio che siede all’osteria col bicchiere in mano, quel vecchio dalla faccia rubiconda che sembra quasi voler dire: - Ora posso bere e mi sento l’uomo più felice del mondo. – Ecco, somigliava proprio a lui. Poi c’era la moglie dell’oste, una signora sulla sessantina dai modi esageratamente gentili per quell’ambiente; era come se tentasse di compensare, di controbilanciare con la sua garbata disponibilità, quella situazione di cruda immediatezza che era la vera regina del locale. Talvolta le donne, a forza di stare a contatto con i maschi, diventano anch’esse un po’ uomini. Questa invece no: si trovava perfettamente a suo agio in mezzo a tutti quei maschi, eppure riusciva a comportarsi con modi femminili, la qual cosa mi riempiva di stupore e di sincera ammirazione. Sembrava fatta apposta per stare a sentire con rassegnazione e fatalismo le arrabbiature del marito, il quale serviva da bere dall’altra parte del bancone. Lei era una sorta di contraltare necessario, di compensazione contro gli eccessi del marito, che era stato ormai fagocitato ed irrimediabilmente digerito da quell’ambiente. Pur tuttavia da quella figura esile e quasi insignificante ogni tanto fuoriusciva una vocina  che, paradossalmente, suonava come un ordine imprescindibile per il consorte; e questi, fra un borbottio ed una imprecazione, ubbidiva: l’immagine era quella del soldato che a malincuore eseguiva un ordine del caporale antipatico. Perché era evidente che, alla fin fine, era lei che mandava avanti la baracca. Sì, certo, anch’io m’ero seduto ad un tavolo e stavo un po’ in disparte. Insomma — ti dico — il nostro buon vecchio ce l’aveva con questo mondo e quell’altro, ma soprattutto coi suoi due figli che mal volentieri lo ospitavano, a turno, ciascuno in casa propria. Lui non ne voleva più sentir parlare, e la memoria, o meglio, frammenti di memoria, lo riportavano al suo paese, alla campagna. L’effetto dei ricordi lieti era quella medesima luce sul volto che aveva quando brandiva il bicchiere stracolmo. Poi parlava di donne, esprimendosi con una volgarità così ingenua, così puerile da accendere la curiosità di molti; come se lui stesso fosse stato l’ultimo vero fornicatore sulla faccia della terra. Lui, il grande scanzonato peccatore, e noi altri coglioni ad aver perso tante occasioni. Lui, l’incorreggibile donnaiolo, e gli altri solo perditempo.Nel frattempo una musica piccina stava germogliando da qualche parte, fra i tavoli e le panche, mescolandosi al fragore dei piatti e dei bicchieri e sovrapponendosi al brusio sordo delle parole. Un valzer sfornato con impeccabile esecuzione vibrava nel mio petto come in una cassa di risonanza e pian piano sia io che gli altri c’eravamo alzati e ci avvicinavamo ai suonatori, quasi fossimo stati incantati da quelle note. Qualcuno aveva misteriosamente abbassato il volume del chiacchiericcio, sì che la melodia ora arrivava nitida e scorrevole. Il vecchio, seduto vicino all’orchestrina, piangeva.Pensa che a suonare erano solo in due: chitarra e mandolino. Uno dei due, vedendomi interessato, mi chiese se sapevo suonare la chitarra, poiché ce n’era un’altra disponibile. E così rielaborammo alla meglio un paio di brani moderni che, insospettabilmente, conoscevano meglio loro di me. Il risultato fu sorprendente: tutti presero a cantare ed io mi sentivo serenamente e compiutamente vecchio. Quelli di non più tenera età, e ce n’erano molti, soffocavano a stento il loro impeto giovanile. Alcuni gracidavano un accompagnamento vocale clamorosamente fuori tempo, altri tentavano di sovrastare le voci altrui strillando decisamente troppo, tanto che sembrava di assistere al crescendo di un bolero piuttosto che ad un tranquillo valzer.Sicché un’allegria scomposta e crapulona invase l’aria, volando tra una fetta di salame e un bicchiere di bianco: era uno spettacolo superbo.

Me ne andai perché dovevo sbrigare certe faccende. Ero un po’ frastornato, dal momento che anch’io avevo alzato il gomito, tuttavia mi recai con passo deciso verso gli uffici postali. Quando ne uscii mi ritrovai il vecchio che parlava animatamente con un’altra persona vicino ad una fermata dell’autobus.

— Fetenterie, — diceva — da qua mi mandano là e da là a qua — e agitava un braccio minacciosamente percuotendo l’aria incolpevole. Il suo volto paonazzo sembrava una colata di magma, coperto com’era da bitorzoli rossi sin quasi a lambire un baffo appena accennato, residuo indomito di un passato da rubacuori. Vedi, ora mi ricordo com’era la sua faccia...

Insomma, se la stava pigliando con la burocrazia dello Stato che, secondo lui, costringeva tutti a fare mille giri a vuoto prima di poter sbrigare una pratica. Ma la persona che lo stava ascoltando prese l’autobus, e così il vecchio rimase solo per un po’ di tempo davanti alla fermata. Non sono convinto che sapesse su quale mezzo dovesse salire, tant’è che più di una volta l’ho visto sul punto di chiedere delle informazioni a dei passanti; ma si fermava proprio sul nascere della domanda, giusto nel momento in cui la gente si apprestava ad ascoltarlo. È proprio così: il nostro eroe, chiamata a raccolta tutta la dignità di cui disponeva, aveva deciso di non chiedere informazioni a nessuno, e così sia. Per cui si mise di buona lena a cercare di leggere i percorsi degli autobus sul cartello della fermata, e tutta l’operazione, come puoi ben immaginare, richiese un tempo abbastanza lungo. Infine salì su uno dei tanti mezzi pubblici che passavano di là ed io, a quel punto, feci altrettanto. Scendemmo in una zona periferica, un posto dove la campagna stava ad osservare curiosa rade macchioline grigio fumo crescere sulla sua pelle giovane; una punteggiatura vaga tra l’erba alta, tra fossati, discariche e collinette appena accennate; una realtà slegata e lontana, quasi surreale nella sua disperata solitudine; edifici e strutture appena costruiti ma già abbandonati a se stessi, annichiliti dopo un attimo iniziale di protervia, come se la mano di un dio adirato si fosse posata su di essi a stroncare le loro velleità.Lo sguardo del vecchio divenne vago come quei luoghi, e si perse nel divenire di un giorno uguale a se stesso. Egli fu assorbito in uno spazio gelido e insensibile. Ma non si rassegnava mai completamente e continuava a tirare calci, a ribellarsi contro non so bene cosa. Tirò fuori un mezzo sigaraccio toscano per accendere il quale si rifugiò dentro un portone, anche se era inutile perché non c'era vento: credo che lo abbia fatto perché quell’operazione, a causa della sua mano tremante, è finita per durare qualche minuto e lui non voleva farsi notare. Pensa che strano: non si vergognava ad orinare in pubblico, però non voleva far vedere che era in difficoltà mentre si accendeva un sigaro; acceso il quale, sembrava che fosse appena uscito da una ricevitoria del lotto dopo aver fatto terno. Avresti dovuto vedere i suoi occhi. Erano vividi, furbeschi, marioli, avevano appena dato scacco al tempo, avevano stracciato con quell’operazione il fardello incartapecorito dei suoi anni. Ad un certo punto pensai che avesse notato la mia presenza perché ogni tanto si voltava e continuava a guardarsi intorno. Ma non era così, si era semplicemente perso.Devi sapere che molti pensano che ognuno di noi abbia un angelo custode; quello del vecchio doveva averlo abbandonato da tempo, oppure era diventato un po’ rimminchionito anche lui perché non mi pareva proprio che lo stesse aiutando. Ma senti cosa ti combina il vegliardo. Entra in un supermercato lì vicino, — ovviamente lo seguo -  un supermercato come ce ne sono tanti; prende un carrello e comincia ad aggirarsi con fare disinvolto fra i banchi di generi alimentari, finché non riempie il carrello fin quasi a metà. Ci mette dentro un po’ di tutto: la frutta, la pasta, la carne in scatola...Come una perfetta massaia, il vecchio controlla i prezzi, scarta e seleziona i prodotti, si muove perfino con destrezza fra i corridoi, fino a giungere ad una porta di servizio che dà direttamente sulla strada: non ci pensa due volte ed esce. Si nasconde fra due autocarri parcheggiati l’uno appresso all’altro e, nervosamente, comincia a svuotare il carrello dalla merce riempiendo un paio di buste di nylon. Stavolta non sarebbe andata bene, lo sentivo. E infatti vedo un uomo in camice bianco avvicinarsi al vecchio cercando di non farsi notare. Poi improvvisamente:

— Ha pagato questa roba lei? — chiede il commesso con tono fra il sarcastico e l’indispettito.

— Prima la metto nelle buste —, farfuglia il vecchio di rimando.

— E questo lavoro lei lo fa fuori, in mezzo alla strada? Poi dopo rientra dentro e paga... no?

— Eh, poi dopo rientro dentro e pago.

— Ma ringrazi Iddio che è una persona anziana e non la denuncio, sennò la riporterei dentro, chiamerei il direttore e poi i carabinieri.

— Che fai tu, quali carabinieri? — riprende il vecchio provando a fare la voce grossa mentre scuote nervosamente la testa un po’ china, come fosse percorsa a tratti da una scossa elettrica.

— Li carabinieri te li mando a casa io se non te ne vai! -

Nel frattempo lì attorno si forma il solito, immancabile nugoletto di persone incuriosite dalla scena. Io mi tengo un po’ più in disparte, appoggiato ad una macchina. Qualcuno dei presenti sta già cautamente prendendo le parti del vecchio, il quale continua:

— Ve la prendete con gli anziani perché non sanno nemmeno leggere e non si ricordano nemmeno più le cose, ché io m’ero scordato dov'era l’uscita, e lei mi dice che sono un ladro! Ma siete voi che siete cattivi, voi che avete studiato e non avete pietà per chi non ci vede più bene e non ha la memoria!

— Che inciviltà, che disumanità... -  si sente intanto bisbigliare fra la gente.

— Io ho letto sbagliato i cartelli, non sono un ladro — prosegue ormai sciolto come un torrente in piena — sono tutti testimoni qua che ho sbagliato la strada, altro che i carabinieri, io i gendarmi te li mando a casa tua così t’impari a insultare i vecchi! – 

A questo punto prende corpo una vera e propria sollevazione popolare a favore dei diritti del vecchio, e il povero commesso, esposto al pubblico ludibrio, è costretto ad una poco onorevole marcia indietro tentando di giustificare il proprio comportamento con un errore di valutazione sul “presunto” ladro. Quand’ecco, a coronamento, emergere dalla folla anonima il paladino di turno, il difensore degli indifesi e dei bistrattati:

— Meglio per lei che questa persona anziana non era mio padre, altrimenti le avrei fatto rimangiare tutto —  E, rivolto al vecchio:  

— Prenda le buste con la spesa e venga con me, ché le pago un cognac. - 

Hai capito? Non solo è riuscito a portarsi via la spesa senza pagare nulla e facendo fare una figuraccia al commesso, ma addirittura — cosa a lui graditissima — era riuscito a farsi pagare da bere. Il vecchio quindi si fece aiutare ad accendersi un sigaro dal “paladino”, il quale poi gli offrì il cognac nel bar lì di fronte. Vuoi sapere come va a finire, oppure preferisci che continui domani ?Bene.

I due uscirono dal bar ed il vecchio si commiatò dall'altro con una serie di salamelecchi ridicoli, ma in parte anche sinceri. Quindi con passo spedito, a dispetto della leggera zoppia, imboccò deciso uno stradone lungo e poco trafficato: poteva essere la via giusta per giungere a casa. La conferma l’ebbi subito dopo, quando una scialba signora di mezza età che spingeva dinnanzi a sé una carrozzina, lo vide e da lontano gracchiò incollerita e volgare:

— Papà, papà... Dove sei stato fino ad ora? Ti abbiamo cercato dappertutto! E che cazzo! -

Lungi dal vegliardo l’idea di ammettere di essersi perso:

— Sono stato alla posta, no? Te l’avevo detto, poi ho incontrato gli amici, abbiamo chiacchierato... lo sai come va.

— Tieni il ragazzino te, che è meglio. Lo vedi che mi chiudono i negozi, e portalo un po’ a spasso, poi ritorna fra un’oretta. Io non so come s’ha da fare con te.-

La signora scappò via come il vento dileguandosi in uno dei tanti negozi d’intorno, e il vecchio non fece in tempo neanche a dirle che un po’ di spesa l’aveva fatta anche lui. Lei non se ne era nemmeno accorta. La mano secca carezzò la guancia gigliacea del bimbo, il quale però continuava a piangere per l’assenza della madre. C’era poco da fare, e così il vecchio si rassegnò a portare a spasso quel bambino che piangeva instancabile. Nel vegliardo non c’erano segni d’impazienza o di collera. Il suo comportamento, solitamente burbero, era intiepidito, ingentilito dalla presenza del bimbo. Il vecchio se lo portò a spasso in un parco poco distante, e finalmente il bambino si acquietò e cominciò a distribuire qualche sorriso curioso agli animali che incontrava e a tutto ciò che di insolito capitava sotto il suo sguardo.

Il sole limpido d’aprile passeggiava sul viottolo con loro, fra schizzi di margherite color neve ed erbacce pigre e arruffate. Come se in quei momenti un senso di vuoto e di inerzia assorbisse il mondo e costringesse ogni cosa prima a rallentare, poi a fermarsi, così anche il vecchio si fermò sotto un albero, cercando di strapparvi delle foglie. Tendeva il braccio in alto, tentando di puntellare al suolo la sua esile figura, ma il corpo vibrava come una corda di violino ogni qualvolta si protendeva. Al quarto o quinto tentativo perse l’equilibrio e cadde rovinosamente, quasi che tutti i suoi muscoli, nessuno escluso, si fossero rifiutati improvvisamente di dargli aiuto.

Rimase per terra, ansimante, atterrito, solo. Allora mi precipitai verso di lui e... ma mi stai ascoltando, sì? Beh, volevo dirti che questa è una favola: non devi preoccuparti per la sorte del vecchio. Piuttosto, io ho parlato lato spesso in maniera troppo difficile; forse ho usato delle parole che non hai compreso. Però quella persona anziana io l’ho vista e l’ho seguita davvero, fino alla fine della favola. Ti sto guardando gli occhi: sono piccoli piccoli, sai? E la bocca è larga, come quella del lupo cattivo; e le orecchie sono piccole piccole anche loro, perché non sentono più; e poi c’è la notte, che è vorace come un luccio e mangia tutto e tutti, e tutti stanno buoni e in silenzio; e i vecchi vagano nella notte portandosi appresso un sacco di pensieri e di ricordi finché, stanchi, siedono e riposano anche loro; e spesso, appena prima di assopirsi, viene vicino a loro un gattino nero nero che si accuccia ai loro piedi e resta lì miagolando pianissimo, così piano che quasi non si sente. Ora dormi, piccolo.

 

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